Sicilia in verticale: tra le montagne silenziose

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Tra le montagne siciliane, dove il silenzio racconta

C’è un momento, magari nel cuore dell’estate, quando tutto sembra ruotare attorno al mare. Lo senti nella pelle salata, nel sole che picchia sul parabrezza, nei profumi di zagara che si mescolano all’asfalto bollente. Ma basta prendere una strada diversa, virare verso l’interno, per scoprire un’altra Sicilia. Una che parla piano, che non si offre subito, e che si lascia scoprire solo da chi ha voglia di salire, passo dopo passo.

Già lo si capisce arrivando dallo Stretto, dove l’Appennino meridionale sembra tuffarsi in mare per poi riemergere sull’isola, come se non volesse interrompere il suo racconto. Da lì nasce l’Appennino Siculo: una colonna vertebrale di pietra che attraversa la parte nord dell’isola, come una spina dorsale antica.

Non solo mare: viaggio tra le montagne dell’isola che sanno raccontare storie, custodire silenzi e offrire visioni inaspettate.

I Monti Peloritani ti accolgono per primi, appena superata Messina. Non sono giganti, ma sembrano avere occhi: guardano il mare e la Calabria, quasi volessero ricordarti da dove sei arrivato. Montagna Grande, la loro cima più alta, arriva a 1.374 metri – ma il suo nome è già un manifesto.

Poi ci sono i Nebrodi. Verdi, sterminati, punteggiati da laghi e faggi, sembrano creati per farci sparire dentro. Monte Soro si arrampica fino a 1.847 metri, e quando ci arrivi su, l’Etna ti guarda da lontano con quella sua aria da padre burbero e onnipresente. I fiumi Alcantara e Simeto li separano, come due fratelli che ogni tanto litigano.

E infine, le Madonie. Il nome già sembra una carezza. Qui c’è il Pizzo Carbonara, 1.979 metri di silenzio verticale, secondo solo all’Etna. Attorno, un altopiano carsico popolato da specie che vivono solo lì, come l’abete dei Nebrodi – un albero che sembra uscito da una favola nordica, ma radicato nel cuore della Sicilia.

Più a sud, il paesaggio cambia. I Monti di Palermo fanno da corona alla città: ci sono il Monte Gibilmesi, alto 1.156 metri, e il Monte Pellegrino, solo 606, ma sacro come pochi luoghi al mondo. Lì c’è il santuario di Santa Rosalia, e la roccia profuma di incenso e vento marino.

Spostandosi ancora, i Monti di Piana degli Albanesi si ergono con il Monte Pizzuta: 1.333 metri. Ogni pietra qui racconta una lingua diversa, un’identità resistente. E poi c’è Trapani, con i suoi rilievi più morbidi: Monte Erice – 804 metri – che domina dall’alto come una regina medievale, e il Monte Sparagio, che tocca i 1.110. Da qui, nei giorni limpidi, lo sguardo arriva fino alle Egadi.

Al centro dell’isola si stendono i Monti Erei, come una coperta ruvida: non altissimi, ma centrali, e da lì si vede tutto. Il Monte Altesina arriva a 1.192 metri, ma è la sua posizione a renderlo unico: da qui si abbraccia l’intera isola.

Tra Palermo e Agrigento, i Monti Sicani si alzano lentamente, come se non volessero disturbare. Rocca Busambra è la più alta: 1.613 metri di selva, leggenda e silenzio. Qui la natura è forte, ma le tradizioni lo sono ancora di più. È facile imbattersi in feste antiche, in parole dimenticate, in storie tramandate a voce bassa.

E poi, giù verso sud-est, i Monti Iblei. Diversi da tutti gli altri, quasi lunari. Canyon profondi, grotte, silenzi di pietra. Un altopiano che sembra spaccarsi in mille fratture, dove la vegetazione esplode d’improvviso come una sorpresa. E anche qui, ogni sentiero ha la sua storia.

La Sicilia che non si vede dalle cartoline è tutta qui. In queste montagne che si alzano senza far rumore, ma che sanno parlare. Di popoli antichi, di pietre che conservano il calore del sole e il gelo dell’inverno. Di un’isola che non si finisce mai davvero di scoprire, finché non la si guarda dall’alto.

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