Blufi, dove l’erba sa di storia e i borghi parlano piano

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Quando sali verso Blufi, la strada comincia a curvare dolcemente tra i profili delle Madonie, e c’è un momento preciso in cui l’altitudine smette di essere solo un numero — 720 metri, dicono — e diventa respiro largo, aria fresca, luce diversa.

Blufi non si fa annunciare con clamore. Si lascia scoprire. È un paese disteso su un colle, al sole del versante sud delle Madonie, tra coltivi silenziosi, muretti bassi e colline che sembrano tenersi per mano. Il suo territorio, poco più di duemila ettari, ha qualcosa di quietamente labirintico: borghi sparsi, contrade con nomi che sembrano usciti da un racconto orale — Alleri, Lupi, Ferrarello, Calabrò, Nero, Giaia Inferiore — come frammenti di un’identità sparsa, ma mai smarrita.

Il fiume Imera Meridionale lo attraversa senza fare rumore, insieme ai torrenti Nocilla e Oliva. Non c’è industria qui, né traffico: solo campi, mani che coltivano, botteghe che resistono, e un tempo che si muove più lento, come se volesse restare.

Dove il nome si perde nel vento

Nessuno sa davvero da dove venga il nome “Blufi”. Qualcuno lo fa risalire al 1211, in un documento che menziona “Buluf”. Altri parlano di “Morata Bufali”, “Balufi”, “Belufi”, “Bolufi”. E poi, nel tempo, come un sasso che rotola giù da un monte, è rimasto “Blufi”. C’è chi dice che venga dal greco boos (bue) e lofos (colle), altri ancora dall’arabo Buluf, nome di un’erba medicinale che cresceva qui, come il finocchietto oggi. Il mistero, in fondo, è parte del fascino. Quello che si sa per certo è che Blufi è stata per secoli frazione di Petralia Soprana, prima di diventare comune autonomo solo nel 1972. Un figlio cresciuto tardi, ma con orgoglio.

Ferrarello e la memoria che ritorna ogni luglio

Tra tutte le sue borgate, Ferrarello è la più grande. E forse anche la più nostalgica. Divisa in quartieri dai nomi quasi affettuosi — Cuozzu, Signuruzzu, Collesano, Gatto — Ferrarello è un mosaico di storie minime. La domenica dell’ultima settimana di luglio, il borgo si risveglia come se il tempo avesse tenuto il fiato sospeso. Arrivano gli emigrati, quelli partiti decenni fa e mai staccatisi del tutto. Si celebra San Giuseppe e il Sacro Cuore di Gesù, con una processione lenta e solenne, seguita dalla confraternita. E poi, la sera prima, si mangia insieme, come si faceva un tempo: prodotti tipici, panini caldi, vino che scalda anche i ricordi.

Da due anni, Ferrarello ha di nuovo la sua chiesa parrocchiale. Moderna, sì, ma con un’anima nuova che dà respiro a tutto il borgo.

Nero, a due passi dalla quiete

A meno di un chilometro da Blufi c’è Nero. Non è un colore, ma un nome che pare derivare da un certo “Niguru”, uno dei primi abitanti, probabilmente soprannominato per il tono della pelle. Sono storie così che costruiscono l’identità di un luogo: piccole, magari imperfette, ma vive. Nero è una manciata di case, tra salite e silenzi, nata alla fine dell’Ottocento, quando i paesi si facevano ancora con la fatica e non con i progetti.

Blufi non si visita: si ascolta. Si ascoltano i torrenti, i racconti degli anziani, le feste religiose che resistono, le processioni che attraversano le stesse vie da secoli. Si ascolta l’odore del pane, la voce delle erbe selvatiche, il silenzio delle Madonie. E allora, forse, anche il nome “Blufi” smette di essere un enigma, e diventa solo una parola che sa di casa.

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