Il Cavaliere Pitichió: “Io sempre così scendo”

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Una chicca siciliana tra autobus, cadute e dignità

Raccontata dal grande Pino Caruso

Catania, una mattina qualunque. L’aria profuma di arancini e zagara, la città brulica come sempre, e in via Etnea, davanti alla gloriosa Villa Bellini, si ferma l’autobus della linea 429.

Dal mezzo, come un personaggio uscito da un romanzo di Pirandello, si prepara a scendere lui: il Cavaliere Pitichió.
Giacca in tweed, gilet scozzese, bastone da passeggio, baffo curato e coppola in tinta, è una figura d’altri tempi, conosciuto in città non tanto per le imprese, ma per l’eleganza, la lingua affilata e la capacità di far ridere senza mai scadere nel volgare.

Proprio mentre muove il primo passo per scendere, l’autobus — forse per distrazione, forse per fretta — riparte leggermente, con un colpo secco e traditore.

Il Cavaliere, col piede a mezz’aria, perde l’equilibrio, sbilancia il busto, cade rovinosamente sul marciapiede, tra lo stupore generale, il bastone che rimbalza, il cappello che vola come un gabbiano verso la ringhiera del giardino.

L’autista, che lo conosce bene e sa con chi ha a che fare, si sporge dal finestrino con un mezzo sorriso e chiede:

“Cavaliere Pitichió… ma che fa, è caduto?”

E lui, rialzandosi con nobile lentezza, si aggiusta la giacca, raccoglie il bastone e, con una calma teatrale e disarmante, risponde:

“Quand’omai… io sempre così scendo.”


Pino Caruso, che amava raccontare questa scenetta con tono bonario e irresistibile, la inseriva spesso nei suoi monologhi sulla Sicilia vera — quella fatta di persone con dignità, spirito, ironia.

Un mondo dove anche una caduta per strada diventa una scena da commedia.

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