A piedi da Palermo a Trapani

Grazie per esserti interessato a questo contenuto
Per comunicare con noi, scrivi a SiciliaEstate.it@gmail.com - O chiamaci al 373-5353100
Un viaggio fantastico ma possibile per “scoprire” se stessi e la costa occidentale della Sicilia
Giorno 1 – Palermo – Appena partito
Mi chiamo Andrea. Ho 21 anni, uno zaino da 12 chili e un’idea in testa: attraversare a piedi la costa nord-occidentale della Sicilia, da Palermo a Trapani. Senza tappe obbligate. Solo io, il passo, una tenda e un taccuino.
Sono arrivato ieri sera con un treno lento da Roma. Ho dormito in un ostello vicino a Ballarò. Stamattina ho lasciato tutto indietro: la frenesia dell’università, il rumore, la connessione sempre accesa. Palermo mi ha salutato con i suoi odori forti – fritto, spezie, umido di pietra – e con uno sguardo largo e confuso.
Ho attraversato il centro a piedi, con passo ancora incerto. La Cattedrale sembrava osservarmi. In via Maqueda ho mangiato la mia prima arancina, quella vera: tonda, calda, un cuore di ragù che ha sciolto la mia tensione iniziale.
Verso mezzogiorno ho lasciato la città. Ho preso la direzione di Capaci, seguendo una strada interna. Cammino su asfalto rotto e sterrato, tra case basse, limoni e cani che abbaiano dietro cancelli arrugginiti.
Nel pomeriggio, il sole picchia. Bevo acqua calda dalla borraccia e penso: “Chi me l’ha fatto fare?” Ma poi incontro un contadino che mi offre un’arancia. Non parla quasi, ma mi fa un cenno col capo: vai.
Alla fine trovo un campo vicino a Isola delle Femmine. Montare la tenda con le mani impolverate è un piccolo rito. Preparo pasta semplice sul fornellino. Il cielo si tinge di rosa.
Scrivo queste righe seduto per terra. I piedi mi pulsano, ma la testa è vuota come non lo era da mesi. Sento le cicale, un gallo lontano, e il vento salato che arriva dal mare.
Oggi non ho capito molto. Ma ho cominciato a sentire.
– Andrea
Diario di Andrea – Giorno 2 – Un cammino spirituale in Sicilia
Da Isola delle Femmine a Carini – Prime colline, primi silenzi
La notte è passata lenta, tra fruscii e qualche cane lontano. Non ho dormito granché, ma mi sono alzato leggero. Ho smontato la tenda all’alba, mentre il cielo si spalmava di rosa e arancio. Il primo pensiero è stato: “Sto facendo qualcosa di mio.”
La strada oggi ha cominciato a salire. Dalle spiagge ho preso i sentieri interni verso Carini. Il traffico è svanito presto, lasciando spazio a profumi diversi: rosmarino selvatico, fichi d’india, terra umida.
Mi sono fermato in un piccolo bar in cima a una curva. Mi hanno servito una granita al limone, aspra e fresca, con una brioche che sembrava uscita da un disegno. La signora dietro al bancone mi ha chiesto: “Vai in pellegrinaggio?” Ho risposto: “Forse.” Abbiamo riso.
Nel pomeriggio, il sole ha cominciato a pesare. Ho camminato a lungo, senza parlare con nessuno. Solo io, il rumore dei passi e ogni tanto il vento. Il paesaggio cambia: colline morbide, ulivi, case isolate.
Ho montato la tenda vicino a un uliveto, con vista sui tetti di Carini. Un uomo anziano mi ha visto da lontano, mi ha fatto segno di restare. “Qui sei al sicuro.”
Ho cucinato una zuppa con lenticchie e pane secco. E ho scritto nel mio quaderno:
“La lentezza ha una voce. Ma la senti solo se smetti di cercarla.”
Ora il cielo è blu profondo, e tutto tace. È strano non avere notifiche, suoni digitali, conversazioni vuote. È anche bello.
Camminare mi sta facendo spazio dentro.
– Andrea
Diario di Andrea – Giorno 3
Da Carini a Partinico – Il profumo della terra e il sapore del pane – “viaggiare lentamente”
Stamattina ho lasciato l’uliveto con calma. Il sole era già alto, ma l’aria ancora fresca. Ho attraversato piccole strade tra orti e vigneti, dove la campagna sembra disegnata da mani antiche. La terra qui ha un odore preciso: è umida, ferrosa, viva.
Lungo la strada, ho incontrato una signora anziana che vendeva formaggio e olive sotto un pergolato. Le ho comprato un pezzo di pecorino avvolto nella carta cerata e ci ho fatto colazione con pane secco. Lei ha detto: “Mangia lento, ti dura fino a Partinico.” E così ho fatto.
Il cammino è stato silenzioso ma intenso. Ogni tanto il vento portava l’odore del mare, anche se non si vedeva. Mi sono seduto a pranzo sotto un carrubo, con vista sulla valle: un paesaggio che non urla, ma che resta dentro.
Nel primo pomeriggio sono arrivato a Partinico. Ho preso un caffè in un bar pieno di voci, poi mi sono spostato verso la periferia. Lì ho trovato un campo con ulivi giovani e ho montato la tenda.
Il momento più bello della giornata è stato poco dopo: un ragazzo della zona mi ha portato un pane cunzato fatto in casa. Pomodoro, acciughe, origano, olio abbondante. Abbiamo mangiato in silenzio, seduti su due pietre.
“Qui il cibo non si serve. Si condivide.”
Questa frase me la tengo. È il tipo di cosa che non si trova su una guida turistica.
Ora scrivo col cielo che si arrossa e le mani che odorano ancora d’olio.
Oggi ho capito che la Sicilia si apre quando non hai fretta.
– Andrea
Diario di Andrea – Giorno 4
Da Partinico verso Alcamo – Tra vigneti e parole leggere – “incontri lungo la strada”
Questa mattina ho iniziato a camminare poco dopo le sette. Il vento era ancora fresco, e per la prima volta ho sentito il corpo rispondere senza fatica. Forse mi sto abituando. O forse è solo la bellezza che mi spinge.
La strada verso Alcamo è un misto di dolcezza e fatica: salite che sembrano non finire e poi colline morbide che aprono il respiro. Attraverso campi coltivati e vigneti ancora giovani. Le viti sembrano dormire, ma il terreno profuma di promessa.
A metà mattina, mi sono fermato in una piccola azienda agricola. Ho chiesto solo dell’acqua, ma il proprietario, dopo avermi scrutato con curiosità, mi ha offerto un bicchiere di vino bianco fresco. “Lo facciamo qui”, ha detto. L’ho bevuto lentamente, guardando i filari.
Mi ha raccontato di come ogni vendemmia sia una scommessa con il cielo. Mi è sembrato un dialogo breve ma intenso, come quelli che si ricordano più per il tono che per le parole.
Nel pomeriggio, sono arrivato alle porte di Alcamo. La città si stende sul fianco della collina come un tappeto di case color crema. Ho scelto di non entrare subito: ho trovato un piccolo uliveto vicino a una chiesetta di campagna e ho piantato la tenda lì.
A cena ho mangiato pane e caponata fredda che avevo preso in un piccolo alimentari. Mentre il sole calava, ho scritto nel mio taccuino:
“Ogni giorno ha un sapore. Oggi il mio era vino e terra.”
Ora il cielo è blu scuro, con le prime stelle che si accendono lente. Da lontano arriva il suono di una radio. È una canzone siciliana che non conosco, ma che sembra raccontarmi qualcosa lo stesso.
Ogni passo mi porta più vicino a qualcosa che ancora non so nominare.
– Andrea
Diario di Andrea – Giorno 5
Da Alcamo a Castellammare – La strada e il mare
Stamattina ho smontato la tenda presto. Il cielo era terso, e per la prima volta ho sentito il profumo del mare senza vederlo. Da Alcamo ho preso una strada secondaria che scende dolcemente verso la costa. Ogni curva regala una vista diversa: campi di grano, uliveti, vecchi muretti a secco.
A metà mattina, ho incontrato due ragazzi tedeschi in bici. Abbiamo scambiato poche parole in inglese, ci siamo raccontati le nostre rotte. Hanno sorriso quando ho detto che viaggio a piedi: “That’s brave.” Io non mi sento coraggioso. Solo… più sveglio.
Verso mezzogiorno, dopo una lunga discesa, il blu del mare è apparso all’improvviso. Castellammare del Golfo è lì sotto, abbracciata dalla montagna e spalancata sull’acqua. L’ho guardata per alcuni minuti, in silenzio. Non c’era bisogno di dire nulla.
Ho raggiunto il paese nel primo pomeriggio. Le strade erano calde, lente, piene di vita. Mi sono fermato a mangiare pesce fritto in un piccolo chiosco vicino al porto. La padrona mi ha regalato una fetta di limone e ha detto: “Così senti il mare anche in bocca.” Aveva ragione.
Nel tardo pomeriggio ho trovato un punto tranquillo tra le rocce fuori città, dove ho potuto piantare la tenda in alto, con vista sull’intera baia. Ho fatto il bagno con i pantaloncini, solo io e il silenzio delle onde.
Questa sera non ho cucinato. Ho solo guardato il tramonto seduto su uno scoglio, con i piedi ancora umidi di sale e la mente piena di quiete.
“Il mare non spiega. Il mare mostra.”
Oggi è stata la giornata della bellezza che non pretende niente. E questo, per me, è già tantissimo.
– Andrea
Diario di Andrea – Giorno 6
Da Castellammare verso Scopello – La costa, le pietre, la voce del vento
Mi sono svegliato con la luce del sole che filtrava attraverso la tela della tenda e il rumore delle onde che si rompevano dolci sugli scogli. Ho camminato in silenzio per i primi chilometri, con i pensieri che fluivano lenti come la brezza del mattino.
Oggi ho seguito un tratto costiero che sembra uscito da un racconto. La strada si fa più selvaggia, più stretta, e il verde si infittisce. A tratti, si vede il mare dall’alto: è lì, calmo e profondo, con riflessi che cambiano a ogni passo.
Mi sono fermato in un punto panoramico sopra Scopello. Le faraglioni sembrano immobili, ma l’acqua li accarezza con pazienza millenaria. Ho mangiato un po’ di frutta secca e pane, seduto sull’erba.
Nel pomeriggio ho visitato il piccolo borgo di Scopello. Qualcuno lo direbbe turistico, ma fuori stagione è solo silenzio e pietra. Ho preso una granita al caffè e ho parlato con un artigiano del luogo. “Cammini per conoscere o per scappare?” mi ha chiesto. “Per restare,” ho risposto. Non so se ha capito, ma ha sorriso.
Ho trovato un posto per la notte vicino alla Riserva dello Zingaro. Domani entrerò a piedi, voglio vedere la natura senza mediazioni. Per ora, mi accontento di questo: il canto degli uccelli, un cielo che si spegne piano, il silenzio che non fa paura.
“La strada mi sta insegnando a non cercare sempre una meta. A volte basta il cammino.”
Oggi ho capito che anche le pietre parlano. Basta fermarsi abbastanza a lungo.
– Andrea
Diario di Andrea – Giorno 7
Nella Riserva dello Zingaro – Il silenzio vivo della natura – “paesaggi siciliani autentici”
Stanotte ho dormito poco ma bene. Il canto degli uccelli all’alba è stato la mia sveglia naturale. Ho preparato un caffè sul fornellino e sono partito per entrare nella Riserva dello Zingaro con passo leggero, quasi in punta di piedi.
Il sentiero costiero è un filo sospeso tra cielo e mare. Il terreno è roccioso, ma i miei piedi ormai conoscono la fatica. Il profumo del rosmarino selvatico, delle ginestre e del sale accompagna ogni respiro. Ogni tanto una cala si apre improvvisa, come uno sguardo intimo che il paesaggio ti regala senza clamore.
Mi sono fermato più volte, senza fretta. In una delle calette ho fatto il bagno. L’acqua era gelida e trasparente. Da solo, nell’acqua turchese, ho sentito il corpo sciogliersi. Il silenzio, lì, non è assenza. È presenza.
Nel primo pomeriggio ho trovato un punto ombreggiato tra le rocce, e ho mangiato pane con fichi secchi e formaggio. Non avevo fame, ma avevo bisogno di continuare il rito del cammino: osservare, nutrirmi, scrivere.
Ho visto capre selvatiche, ascoltato il suono delle cicale, accarezzato pietre levigate dal vento. Nessuna connessione. Nessun orologio. Solo passi e occhi.
“In natura il tempo ha una forma diversa. E non pretende nulla.”
Sono uscito dalla Riserva nel tardo pomeriggio, stanco e colmo. Ho montato la tenda in un piccolo spiazzo poco distante, nascosto tra gli ulivi. Domani raggiungerò San Vito, ma stasera rimango qui, in compagnia di tutto quello che ho incontrato senza parlare.
– Andrea
Diario di Andrea – Giorno 8
Verso San Vito Lo Capo – La luce, il sale e la dolcezza
Oggi ho camminato più lentamente. Forse perché so che il viaggio comincia a farsi breve. O forse perché il paesaggio mi costringe a rallentare, a guardare di più. La strada verso San Vito è fatta di curve, profumi, silenzi che cambiano con il sole.
A metà mattina, mentre camminavo lungo un tratto assolato, ho visto il mare aprirsi all’orizzonte come un sorriso. Ho tolto le scarpe e sono rimasto per qualche minuto con i piedi nell’acqua. Le onde mi hanno ricordato che sto attraversando una terra viva, che mi osserva e mi accompagna.
A San Vito Lo Capo sono arrivato a metà giornata. Il paese era quieto, ancora fuori stagione, e per questo bellissimo. Ho lasciato lo zaino in una piccola pensione e mi sono concesso una granita al gelsomino con brioche. Dolce, intensa, unica.
Ho passato il pomeriggio camminando sulla sabbia, osservando le famiglie, i pescatori, i bambini che correvano con secchielli colorati. Ho fatto il bagno, lungo, liberatorio. Poi sono salito verso il santuario. Dentro, c’era silenzio. Ho acceso una candela, senza motivo. O forse sì.
“Ogni viaggio finisce solo quando smetti di farti domande.”
Questa sera ho mangiato cous cous di pesce, seduto al tavolo con vista sul mare. Ho parlato poco, osservato molto. Ho scritto nel mio quaderno: “La Sicilia non si visita. Si attraversa.”
Domani ripartirò verso nord. Ma ora, mi godo questo tramonto rosa aranciato che sa di confine e di promessa.
– Andrea
Diario di Andrea – Giorno 9
Da San Vito a Custonaci – Luoghi che non fanno rumore
La partenza stamattina è stata silenziosa. Il mare era calmo, il cielo pulito. Ho lasciato San Vito con una sensazione leggera, quasi come se avessi salutato qualcuno che rivedrò.
Il cammino verso Custonaci è stato più breve del previsto, ma non per questo meno intenso. I paesaggi cambiano: la montagna si avvicina, la pietra chiara si fa padrona. Monte Cofano mi accompagna sulla sinistra, maestoso e calmo. Sembra vegliare.
Mi sono fermato a lungo nei pressi di una cava abbandonata. Le pareti tagliate sembravano ferite antiche. Eppure, c’erano fiori tra le fessure. Vita nel silenzio. Lì ho scritto:
“Anche i vuoti raccontano.”
Arrivato a Custonaci, ho trovato un paese fermo, pacifico, con poche persone e molte finestre aperte. Ho visitato il Santuario: dentro, l’odore di cera e di pietra fresca. Ho acceso un’altra candela, come ieri. Forse sto costruendo un rito.
Nel pomeriggio ho fatto tappa in una piccola pasticceria e ho assaggiato i dolci tipici: spicchi di cassata e paste di mandorla. Ho parlato con il pasticcere, un uomo sulla sessantina che mi ha raccontato del suo amore per il silenzio. “Qui non succede niente. Ma è proprio questo il bello.”
Questa sera dormo sotto un pergolato vicino a un campo di grano. La tenda è montata su terra morbida, e il vento muove le spighe come se raccontassero storie.
Ogni passo ora pesa meno. E vale di più.
– Andrea
Diario di Andrea – Giorno 10
Da Custonaci a Trapani – L’arrivo, il silenzio e il mare – “emozioni del viaggio lento”
Ultimo giorno. Mi sveglio prima del sole. Il cielo è ancora grigio chiaro, ma già promette luce. Mi alzo piano, come se ogni gesto avesse bisogno di un piccolo addio. Smonto la tenda senza fretta, lascio il campo in ordine, come se qualcuno dovesse entrarci dopo di me.
Il cammino verso Trapani segue strade secondarie, sterrate, a tratti dimenticate. Passo accanto a muretti a secco, ulivi antichi, pale eoliche ferme. Il paesaggio si allarga man mano che mi avvicino alla costa.
A metà mattina, da una curva, vedo Trapani. Distesa tra il mare e la terra, piatta e brillante. I tetti chiari, il porto, la lingua di terra che punta verso le Egadi.
Entro in città a piedi, senza direzione. Mi siedo in una piazza e mangio pane e olive. La gente mi guarda distrattamente, nessuno sa che arrivo da lontano, ma io sì. Cammino fino al mare, mi avvicino alla riva. Il vento soffia forte, salmastro, pieno. Il viaggio finisce così, con i piedi nell’acqua.
Nel pomeriggio visito la città senza mappa: la Cattedrale, le vie strette, i cortili. Mi fermo al mercato del pesce, ascolto i venditori. Compro un’arancina, la mangio seduto su un gradino. Tutto è lento, come dovrebbe essere.
“Non c’è una fine, solo un punto in cui si smette di camminare.”
Questa sera dormo in un piccolo B&B vicino al porto. Domani prendo il bus per tornare. Il viaggio finisce, ma qualcosa resta: nei piedi, negli occhi, nello zaino più leggero e nella mente più piena.
La Sicilia non l’ho attraversata. Mi ha attraversato lei.
– Andrea
La telefonata con mia madre
Stasera, poco prima di spegnere il cellulare, ho ricevuto una chiamata da mia madre. La sua voce era calma, ma piena di quella curiosità che solo una madre sa tenere sottopelle.
Mi ha chiesto: “Perché l’hai fatto, Andrea? E… ne è valsa la pena?”
Ho guardato fuori dalla finestra. Il porto era lì, immobile. E ho risposto così:
“L’ho fatto perché volevo sentire cosa succede quando nessuno ti dice dove andare. Per capire quanto silenzio posso sopportare e quanto vuoto posso abitare senza riempirlo a forza.
Ne è valsa la pena perché ho incontrato la fame vera, il sonno profondo, l’acqua bevuta con gratitudine. Ho camminato tra persone che non sapevano chi fossi, ma mi hanno sorriso lo stesso.
Ho imparato che si può avere poco e sentirsi pieni. Che il tempo non si deve sempre usare, a volte basta viverlo.
E che la Sicilia, mamma, non è un posto da vedere. È un modo di stare al mondo.”
Poi siamo rimasti in silenzio. E quel silenzio, più delle parole, mi ha fatto capire che lei aveva capito.
– Andrea
Grazie per aver visitato questa pagina.
Se ti piacerebbe trovare il tuo paese o borgo su questo sito, inviaci la tua segnalazione
Scrivici a SiciliaEstate.it@gmail.com - Puoi telefonarci al 373.5353100
Un tuo contributo sarà prezioso!, a presto






